Nel secondo dopoguerra risultavano ancora in vigore struttura e programmi d’insegnamento approvati nel 1936, all’interno dei quali l’economia domestica era uno dei capisaldi e veniva riproposta una concezione tradizionale del ruolo della donna nella famiglia, nella società e nel mondo del lavoro. Il Convegno nazionale per l’istruzione professionale femminile, promosso nel 1948 dalla Direzione generale per l’istruzione tecnica del ministero della Pubblica istruzione, lasciava trasparire le continuità con l’impostazione data dal fascismo e gli stereotipi ancora largamente diffusi nelle classi dirigenti italiane negli anni della ricostruzione.
Nel primo ventennio dell’Italia Repubblicana, la formazione tecnica e professionale delle donne fu al centro anche della riflessione e azione di associazioni femminili come l’Unione Donne in Italia (UDI) e il Centro Italiano Femminile (CIF). Negli anni del miracolo economico (1958-1963), si registrò una rinnovata riflessione sull’istruzione professionale femminile, in stretta connessione con la più ampia elaborazione sul tema del lavoro delle donne. Nel 1959 venne realizzato un convegno nazionale ampio e trasversale dedicato alla “preparazione professionale della donna”, promosso dal Comitato di associazioni femminili per la parità di retribuzione e dalla Società Umanitaria di Milano a cui presero parte.
La Legge 8 luglio 1956, n. 782 pochi anni prima aveva trasformato le scuole di magistero professionale femminili in istituti tecnici femminili, mantenendo però un orientamento differenziato per genere. La normativa definiva che tali istituti avevano «lo scopo di preparare all’esercizio delle attività tecniche più proprie della donna» quali l’insegnamento dell’economia domestica e dei lavori femminili (Art. 2). Questo assetto rimase invariato fino al 1962, quando la Riforma della scuola media unica (Legge n. 1859) sostituì tale organizzazione con un percorso unitario obbligatorio per tutti dagli 11 ai 14 anni, garantendo accesso paritario alle scuole superiori.