Dopo l’istituzione degli istituti tecnici femminili, si aprì un dibattito che pose l’accento sull’inadeguatezza della formazione tecnica riservata alle ragazze, ancora arretrata e stereotipata. L’azione dell’associazionismo femminile, e in particolare dell’UDI, per una formazione tecnico-professionale aggiornata al cambiamento tecnologico e che offrisse nuove opportunità di impiego qualificato alle donne ebbe un ruolo rilevante tra anni Cinquanta e Sessanta. Negli anni Sessanta il problema della sottorappresentazione delle ragazze nell’istruzione in connessione al ruolo secondario delle donne nelle professioni venne affrontato anche a livello internazionale dall’Ocse e dall’UNESCO.
Le ragazze iscritte agli istituti tecnici industriali a livello italiano erano solo 42 su 24.000 all’inizio degli anni Cinquanta (0,2%), all’inizio degli anni Settanta erano divenute 6.300 su 255.000 (2,5%) con picchi di crescita in alcune regioni del 70%. Tra anni Sessanta e Settanta le ragazze avevano beneficiato dell’aumento della scolarizzazione di massa, favorita dall’istituzione della media unica nel 1962. In questo contesto, si colloca l’esperienza pilota dell’Istituto Tecnico Industriale Femminile di Bologna, dove entrarono alcune delle prime “mosche bianche della tecnica”. Proprio in Emilia-Romagna si registrò tra anni Sessanta e Settanta una crescita esponenziale delle diplomate negli istituti tecnico-industriali accanto a Lombardia e Veneto.
Nonostante, tuttavia, la riforma dell’istruzione tecnico-industriale avesse portato a 29 le specializzazioni attivabili dai singoli istituti, tra gli indirizzi maggiormente scelti dagli studenti agli inizi degli anni Sessanta, spiccavano la meccanica, l’elettrotecnica e la chimica. La chimica, l’elettromeccanica e l’elettrotecnica erano le specializzazioni maggiormente frequentate dalle ragazze, molto meno la meccanica e l’edilizia, anche per l’impossibilità materiale di accedere a queste specializzazioni all’interno degli istituti scolastici.