Il Fascismo utilizzò i ruoli di genere tradizionalmente radicati nella cultura italiana, rafforzando così un sistema penalizzante per la posizione sociale della donna. Durante l’autarchia (1935-1940), l’istruzione tecnica si orientò verso attività teorico-pratiche destinate a formare personale specializzato italiano nei settori chimico-merceologico, zootecnico e agrario. Parallelamente, i curricula femminili continuavano a privilegiare specializzazioni considerate propriamente muliebri quali cucito, tessitura, assistenza medicale e per l’infanzia, perpetuando una concezione biologicamente determinista. Queste competenze rimanevano confinate entro una presunta “natura della donna” subordinata alle attività maschili. Le necessità belliche degli anni Trenta-Quaranta posero in contraddizione questa ideologia: il richiamo al fronte della popolazione maschile determinò una massiccia mobilitazione delle lavoratrici nell’industria bellica, mettendo in crisi i presupposti gerarchizzanti della formazione destinata alle studentesse.
In Italia, lo scoppio della guerra impedì la realizzazione della riforma voluta dal Ministro dell’Educazione Nazionale Giuseppe Bottai. Nel febbraio 1939 il Ministro aveva presentato al Gran Consiglio del Fascismo la “Carta della Scuola”, ovvero un progetto di riforma molto ambizioso, che avrebbe trasformato il sistema scolastico italiano e che era costituito da ventinove dichiarazioni programmatiche.
In realtà, di tutte le riforme avanzate, ne venne realizzata solo una. Bottai introdusse nel 1940 la scuola media per maschi e femmine, che andava a sostituire i primi tre anni del Ginnasio, dell’istituto tecnico e dell’Istituto Magistrale. Questa scuola era destinata a chi avrebbe proseguito negli studi. Solo nel 1962, infatti, la scuola media divenne “unica”, per tutti. Nel 1940 chi invece non proseguiva negli studi dopo i quattordici anni, oppure intraprendeva un indirizzo professionale, poteva frequentare delle scuole professionalizzanti. Queste ultime, tuttavia, non vennero mai realizzate da Bottai, e chi non proseguiva si iscriveva nelle scuole di avviamento professionale.
La “Carta della Scuola” intendeva anche separare nettamente l’istruzione maschile da quella femminile. La ventunesima dichiarazione era dedicata all’istruzione femminile. Secondo quest’ultima, le ragazze, dopo la scuola media, avrebbero dovuto frequentare un Istituto femminile triennale e una Scuola di Magistero della donna biennale. Questi istituti avrebbero preparato le studentesse «spiritualmente al governo della casa, e all’insegnamento nelle Scuole materne».
Anche l’iniziativa della “Giornata della Tecnica” si muoveva lungo questa strada. La “Giornata della Tecnica” era una giornata di orientamento che il governo introdusse nell’autunno del 1939: il fine era quello di promuovere le iscrizioni negli Istituti tecnici e nelle scuole professionali. La manifestazione venne proposta in tutta Italia per quattro anni, dal 1940 al 1943, e venne di solito organizzata in una domenica di fine maggio o inizio giugno. In queste occasioni gli istituti tecnici e le scuole professionali mostravano al pubblico i lavori eseguiti dai loro alunni e dalle loro alunne. Per quanto riguarda le ragazze e le scuole femminili, i lavori esibiti erano essenzialmente lavori di sartoria o ricamo. Anche le conferenze e i discorsi che erano pronunciati per l’occasione rafforzavano questa visione dell’educazione femminile.
«Nessuna attività (e per conseguenza nessuna scuola)», affermava ad esempio un professore di lettere durante la Giornata della Tecnica a Sassari nel 1941, «è preclusa alla donna che sa spesso contendere da pari a pari con l’uomo. Ma nel clima fascista è preferibile che essa compia la sua missione, di sposa, di madre, di coadiutrice dell’uomo; missione alla quale deve per tempo e convenientemente prepararsi, frequentando la sua scuola che varrà a educarne le virtù al fine supremo d’immettere nell’organismo possente della nazione, come elemento cardinale, il saldo nucleo della famiglia».