Con la fondazione nel 1928 della “Direzione generale dell’istruzione tecnica” presso il Ministero della Pubblica Istruzione si garantì maggiore organicità alla formazione unendo il settore tecnico e il settore professionale nel riordinamento complessivo dell’istruzione tecnica-professionale.
Negli anni Trenta l’idea di una formazione professionale femminile cominciò a diffondersi nella società, ma la differenziazione dei percorsi in base al sesso e la creazione delle scuole professionali femminili e delle scuole di magistero professionale per la donna (antesignane degli istituti tecnici femminili) continuarono a relegare le ragazze in determinati ruoli, condizionandone l’emancipazione e gettando le basi di quella segregazione formativa che ancora oggi sembra persistere nelle scelte, alimentando il gender gap.
Durante il Fascismo l’educazione femminile attraversò un processo di “modernizzazione autoritaria” contraddittorio e ambiguo. La diffusione dell’istruzione elementare e secondaria convisse infatti con una limitazione degli spazi pubblici e sociali aperti al sesso femminile.
Dopo la contrazione di iscritti e di iscritte immediatamente successiva alla Riforma Gentile (1923), gli anni Trenta furono caratterizzati da un aumento della presenza femminile tra i banchi di scuola. Tra quelli delle classi elementari, innanzitutto: nel 1927/28 le iscritte erano il 77% delle bambine teoricamente obbligate, mentre gli iscritti maschi erano l’80% dei bambini teoricamente obbligati a frequentare le lezioni. Dieci anni dopo, nel 1937/38, le iscritte erano il 90% delle obbligate. Nel contempo, le iscritte alle scuole secondarie, che erano 72297 nel 1927/28, nel 1937/38 diventarono 268594 e quasi quadruplicarono.
Quello dell’istruzione femminile resta, tuttavia, un quadro con poche luci e molte ombre. Il contesto scolastico era infatti influenzato dal totalitarismo fascista: la scuola era lo strumento con cui il Regime poteva raggiungere e indottrinare il numero massimo possibile di giovani e di ragazzi. Inoltre, man mano che si saliva lungo la piramide scolastica, quasi nulli erano gli spazi concessi alle donne: se già dal 1923 una donna non poteva diventare Preside di un Liceo classico o scientifico, nel 1926 alle donne fu vietato di insegnare alcune discipline nei Licei e negli Istituti tecnici.
Il Regime, infatti, cercò di confinare le donne in specifici percorsi scolastici. Dal 1923 al 1929 furono attivi i Licei Femminili, che proponevano alle studentesse di classe medio-alta un’istruzione non professionalizzante, simile a quella impartita nei Collegi del XIX secolo. Chiusi i Licei Femminili per mancanza di iscritte, negli anni Trenta il Regime concentrò gli sforzi sulle ragazze delle classi sociali medio-basse. Nel 1929 furono istituite le scuole di Avviamento femminili, triennali; nel 1931 furono fondate le scuole professionali femminili, triennali, che potevano essere frequentate da chi aveva concluso le scuole di avviamento, e le scuole di Magistero della donna, biennali, accessibili con il diploma di scuola professionale femminile. In tutti questi istituti le discipline principali erano economia domestica e lavori femminili: l’idea che la “vocazione professionale” della donna risiedesse nel lavoro domestico ne usciva così rafforzata.